[estratto di lettera pubblicata su Famiglia Cristiana n. 10 del 07-03-2010]
http://www.sanpaolo.org/fc/1010fc/1010fc06.htm
Rispetto agli asili nido [...] sono perplessa quando li sento proporre come fossero "la" soluzione per le famiglie. Mi permetto di pensare che, serie politiche a favore di genitori con figli piccoli, non voglia dire solo aprire tanti asili nido, per molte ore al giorno e per diversi mesi all’anno. Questi possono essere servizi collaterali. E, come tutti gli strumenti, se usati in modo corretto, avranno un ruolo positivo.
Fare politiche familiari, credo voglia dire, prima di tutto, mettere davvero le famiglie in condizione di poter crescere i propri figli. L’educazione di un figlio, nei primi anni di vita, porta con sé esigenze specifiche e caratteristiche (pensiamo all’allattamento, alla cura del corpo) che, normalmente, richiedono molto tempo e tante energie. È così banale ricordare che è follia se un bimbo di tre mesi trascorre le giornate all’asilo nido? Mi scusi, ma credo che la "politica degli asili nido" (così come la "politica delle case di riposo"), non serva alle famiglie. E neppure alle donne, ai bambini o agli anziani. Non crea benessere. Al massimo, giova all’attuale sistema economico, che deve sfruttare, il più possibile, le persone. Per cui è funzionale un sistema di strutture che liberino le famiglie dai compiti che possono interferire con il lavoro. Tutto ciò mi sembra disumano.
Si parla sempre più spesso di emergenza educativa: ma da dove iniziare, se non dal permettere alle mamme e ai papà di fare il loro mestiere? Conciliare maternità e paternità con il lavoro non passa dagli asili nido, come risposta unica.










05 marzo 2010 12:33
ricopio la mail inviata alla stessa famiglia cristiana....vediamo se mi risponderanno
Caro Don Antonio,
non sono un lettore assiduo di Famiglia Cristiana, tuttavia non mi è sfuggito il vs. ultimo numero e così anche il carteggio tra la signora Tiziana e lei: io sono papà di due bambini di 11 e 8 anni, che vivono con me e la mia fidanzata, dopo essere stati allontanati da casa della madre. Si Don Antonio, sono anche separato, senza averlo scelto, senza che i miei figli lo avessero scelto: questa è la situazione con cui dobbiamo, io, i miei figli e la mia fidanzata, fare i conti; tuttavia non è questa la ragione per cui le scrivo. Se avrò la fortuna di diventare ancora padre, dopo nove anni e malgrado la consapevolezza del rischio che l'essere famiglia rappresenta in Italia oggi, sarò orgoglioso di chiedere l'astensione dal lavoro per paternità: non voglio perdermi neppure un minuto del mio pargolo, perchè ogni minuto è unico ed irripetibile, non torna più e non può essere compensato da nessuna carriera fulminante nè i ruoli genitoriali possono essere surrogati o delegati ad altri. Si parla di "bambini con la valigia" dopo la separazione per giustificare l'esclusione di uno dei due genitori (quasi sempre il padre) dalla vita dei bambini a vantaggio di una fantomatica "stabilità dei punti di riferimento" e della sostituzione dei doveri di cura che ogni genitore ha per diritto naturale, ancora prima che per legge, con "l'assegno di mantenimento". Si parla poco del business che governa "la filiera del dolore" della separazione per nulla si parla dell'egoismo degli adulti che lo rende possibile, dai genitori in giù. Eppure gli effetti si vedono: i bambini econo con "la valigia" dal reparto maternità dell'ospedale dove sono nati per essere parcheggiati al nido, poi alla materna, poi alla scuola elementare che una volta era una eccellenza, ed oggi non so più come definirla (e non sono il solo), poi ci ritroviamo degli adolescenti e pre adolescenti che "non riconosciamo" perchè non li abbiamo vissuti e loro non hanno vissuto noi, mentre crescevano a merendine e grande fratello! Vediamo bene che della famiglia si venerano le spoglie: non c'è una reale tutela del "mattone" che ha costituito la società così come noi oggi la conosciamo. Al suo posto vengono tutelati gruppi di interesse: donne che difendono i loro diritti con i centri anti violenza, uomini che difendono il loro diritto alla genitorialità costituendosi in associazioni, ognuno per sè a tirare la giacchetta ai politici di turno. Il problema non sono gli asili, le "tagesmutter" o gli asili aziendali: queste entità si devono integrare a supporto non a surroga della famiglia: il problema è il buon senso, purtroppo esauritosi qualche decennio fa. Tutti sanno cosa succede quando i "mattoni" (famiglia) si sgretolano: l'edificio (società), crolla e glielo dice uno che lotta, per i suoi figli, (ed anche per la madre dei suoi figli - malgrado la signora abbia altri pensieri - ), da tre anni contro l'ingiustizia della legge che tutela un solo genitore, la prepotenza e l'incapacità delle istituzioni che si arrogano il diritto di sostituirsi ai genitori invece che aiutarli quando si trovano in difficoltà (assistenti sociali), e contro alla indifferenza che, a causa dell'egoismo di cui sopra, rende possibile che tutto ciò avvenga e si consumi in silenzio. Io chiederò la paternità, quando e se avrò la fortuna di divenire nuovamente padre, e non sono o sarò certo l'unico a farlo. Spero di avere risposto alla sua giusta attesa.
Grazie.
Gabriele Bartolucci da Riccione